Obesity Day: l’obesità non è una colpa. Perché dimagrire non significa soltanto mangiare meno

Ogni 10 ottobre l’Obesity Day riporta l’attenzione su una delle condizioni di salute più diffuse e, nello stesso tempo, più giudicate: l’obesità. E forse proprio da qui dovremmo cominciare.

Perché quando parliamo di obesità continuiamo troppo spesso a utilizzare parole come volontà, disciplina, controllo. Come se tutto dipendesse da una semplice equazione: mangiare meno, muoversi di più, dimagrire.

Se fosse davvero così semplice, probabilmente milioni di persone non trascorrerebbero anni della propria vita alternando diete, dimagrimenti, recuperi di peso, sensi di colpa e nuovi tentativi. Ma l’obesità è molto più complessa.

NON È SEMPLICEMENTE UNA QUESTIONE DI PESO

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce oggi l’obesità come una malattia cronica e recidivante, determinata dall’interazione di numerosi fattori: genetici, neurobiologici, comportamentali, ambientali e sociali.

Significa che non possiamo ridurre tutto a ciò che una persona mette nel piatto.

Il peso corporeo è influenzato da moltissimi elementi: predisposizione genetica, regolazione della fame e della sazietà, metabolismo, età, qualità del sonno, sedentarietà, ambiente nel quale viviamo, disponibilità degli alimenti, condizioni socioeconomiche, farmaci, patologie e storia personale.

E poi c’è il rapporto con il cibo. Mangiamo perché abbiamo fame, naturalmente. Ma non mangiamo soltanto per fame.

Il cibo accompagna le nostre giornate, le relazioni, le feste, i momenti di gratificazione. Può diventare conforto quando siamo stanchi, stressati, soli o preoccupati. E proprio per questo affrontare un problema di peso significa spesso lavorare su qualcosa di molto più profondo del semplice conteggio delle calorie.

IL PESO PSICOLOGICO DELL’OBESITÀ

C’è inoltre un altro peso, molto meno visibile sulla bilancia: quello dello stigma. La persona con obesità viene ancora frequentemente considerata responsabile della propria condizione. “Dovresti mangiare meno”. “Dovresti muoverti”. “Basta avere un po’ di volontà”.

Frasi apparentemente innocue che possono diventare particolarmente dolorose per chi magari ha già affrontato decine di tentativi per perdere peso.

Lo stigma può alimentare vergogna, scarsa autostima, isolamento e un rapporto sempre più difficile con il proprio corpo e con il cibo. Può perfino diventare un ostacolo alla richiesta di aiuto. Ed è uno dei motivi per cui parlare correttamente di obesità è già parte della cura.

PERCHÉ LE DIETE FALLISCONO?

Molte persone arrivano dal nutrizionista dopo una lunga storia di diete. Hanno eliminato i carboidrati. Saltato la cena. Pesato ogni alimento. Provato il digiuno. Eliminato il pane. Rinunciato agli aperitivi. Seguito programmi trovati online o consigliati da amici. Spesso hanno anche perso peso.

Il problema è quello che è successo dopo.

Una dieta può produrre un risultato nel breve periodo, ma se è troppo rigida, incompatibile con la quotidianità o costruita senza tenere conto delle caratteristiche individuali, mantenerla nel tempo può diventare estremamente difficile.

Ecco perché la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quanto peso posso perdere?”

Dovrebbe essere anche: “Quale cambiamento posso realmente mantenere?”

Sono due domande molto diverse.

IL PERCORSO NUTRIZIONALE NON DOVREBBE ESSERE UNA PUNIZIONE

Quando una persona decide di chiedere aiuto, il compito del nutrizionista non dovrebbe essere semplicemente quello di consegnarle una dieta. Prima viene la persona.

Come mangia? Quando mangia? Quali sono gli alimenti che ama? Quali sono i momenti più difficili della giornata? Lavora fuori casa? Cucina? Ha una famiglia con cui condivide i pasti? Ha già seguito altre diete? Perché le ha abbandonate? Ha fame durante la giornata? Dorme bene? Fa movimento? Ci sono patologie o terapie farmacologiche da considerare? Un percorso nutrizionale efficace nasce anche da queste domande.

Perché non esiste un’alimentazione perfetta valida per tutti. Esiste un percorso che deve essere nutrizionalmente adeguato ma anche sufficientemente realistico da poter entrare nella vita di quella specifica persona.

Non si tratta di essere “bravi” per qualche settimana. Si tratta di costruire, poco alla volta, un nuovo equilibrio.

NON SEMPRE BASTA IL NUTRIZIONISTA

Riconoscere la complessità dell’obesità significa anche riconoscere i limiti di ogni singola professione. Ci sono situazioni nelle quali è necessario il medico. Altre nelle quali può essere importante un supporto psicologico. In alcuni casi possono essere valutate terapie farmacologiche e, quando indicato, percorsi di chirurgia bariatrica.

Non sono scorciatoie e non sono fallimenti. Sono strumenti terapeutici differenti che devono essere valutati dai professionisti competenti all’interno di un percorso appropriato.

L’approccio moderno all’obesità è infatti sempre più multidisciplinare: medico, nutrizionista, psicologo e altri professionisti possono intervenire su aspetti diversi dello stesso problema.

La vera domanda non dovrebbe essere: “Perché non riesco a farcela da solo?”. Ma: “Di quale aiuto ho bisogno?”

DIMAGRIRE NON È L’UNICO INDICATORE DEL SUCCESSO

Anche la bilancia merita di essere rimessa al suo posto. Il peso conta, certamente. Ma la salute non può essere raccontata da un unico numero.

Un percorso può significare migliorare la qualità dell’alimentazione, recuperare una maggiore regolarità nei pasti, imparare a riconoscere fame e sazietà, muoversi con meno fatica, preservare la massa muscolare, dormire meglio, migliorare alcuni parametri metabolici e ridurre il rischio associato ad altre patologie.

Può significare anche smettere di vivere l’alimentazione come un’alternanza continua tra controllo e trasgressione.

E qualche volta il primo risultato importante non è perdere molti chili. È riuscire finalmente a interrompere il ciclo dieta–rinuncia–senso di colpa–nuova dieta.

OBESITY DAY: CAMBIAMO LA DOMANDA

Forse il messaggio più importante dell’Obesity Day è proprio questo. Davanti a una persona con obesità dovremmo smettere di domandarci perché non abbia avuto abbastanza forza di volontà.

Dovremmo chiederci piuttosto quali fattori abbiano contribuito alla sua condizione e quali strumenti possano aiutarla concretamente. Perché curare l’obesità significa certamente occuparsi di alimentazione.

Ma significa anche ascoltare una storia, comprendere delle difficoltà, individuare obiettivi realistici e, quando necessario, mettere insieme professionalità differenti. E significa soprattutto abbandonare l’idea della dieta come castigo da sopportare fino al raggiungimento di un numero sulla bilancia.

Il percorso giusto non è necessariamente quello che promette di farti dimagrire più velocemente. È quello costruito sulla tua salute, sulle tue esigenze e sulla tua vita. E che, proprio per questo, hai maggiori possibilità di riuscire a portare con te nel tempo.