Nuove linee guida dell’OMS, oltre 14 milioni di euro destinati al programma “Frutta e Verdura nelle Scuole” e un obiettivo ambizioso: trasformare la scuola in un luogo in cui imparare anche a mangiare meglio. Con l’avvio dell’anno scolastico 2026/27 qualcosa potrebbe davvero cambiare. Ma a che punto siamo in Italia?
A settembre si torna a scuola. Tornano libri, quaderni, lezioni e compiti, ma tornano anche merende, mense e pasti consumati insieme ai compagni.
Ed è proprio l’alimentazione a scuola a essere finita, negli ultimi mesi, al centro dell’attenzione. Se ne parla sui giornali e sui social, soprattutto dopo la pubblicazione, nel gennaio 2026, delle nuove linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dedicate agli ambienti alimentari scolastici.
Quasi contemporaneamente, in Italia è arrivata un’altra novità: per l’anno scolastico 2026/27 il Ministero dell’Agricoltura ha pubblicato in anticipo il nuovo bando del programma “Frutta e Verdura nelle Scuole”, mettendo a disposizione oltre 14 milioni di euro con l’obiettivo di far partire la distribuzione già dall’inizio delle lezioni.
Due iniziative diverse, che però raccontano la stessa crescente consapevolezza: la scuola non è soltanto il luogo in cui si insegna ai bambini che cosa significa mangiare bene. È anche uno degli ambienti in cui le loro abitudini alimentari si costruiscono giorno dopo giorno.
Sarà davvero la volta buona?
COME MANGIANO OGGI I BAMBINI ITALIANI?
Prima di parlare di ciò che potrebbe cambiare, vale la pena partire dai numeri.
L’ultima rilevazione nazionale disponibile di OKkio alla SALUTE, il sistema di sorveglianza coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, ha coinvolto nel 2023 oltre 46.000 bambini e bambine della terza classe della scuola primaria, 2.578 scuole e 2.802 classi.
Il 19% dei bambini risulta in sovrappeso e il 9,8% presenta obesità, compresa l’obesità grave. Significa che complessivamente quasi tre bambini su dieci presentano un eccesso ponderale.
Ma il peso è soltanto uno degli indicatori.
Il 10,9% non fa colazione e il 36,5% ne consuma una qualitativamente inadeguata. La merenda di metà mattina risulta troppo abbondante nel 66,9% dei casi.
Anche sul fronte degli alimenti vegetali c’è molto spazio per migliorare: il 25,9% dei bambini non consuma quotidianamente frutta e/o verdura e il 37% mangia legumi meno di una volta alla settimana.
Contemporaneamente, il 52,9% consuma snack dolci per più di tre giorni alla settimana e il 12,1% fa altrettanto con quelli salati.
Non sono dati che servono a demonizzare un singolo alimento o a dividere il cibo in “buono” e “cattivo”. Fotografano piuttosto abitudini complessive sulle quali famiglia, scuola e società possono intervenire insieme.
PERCHÉ PROPRIO LA SCUOLA?
Un bambino trascorre a scuola una parte importante della propria giornata e, per molti anni, consuma lì almeno un pasto o uno spuntino.
Ma c’è qualcosa di ancora più interessante.
A tavola i bambini non acquisiscono soltanto nutrienti: imparano comportamenti.
Vedono cosa mangiano i compagni, sperimentano alimenti che magari a casa non vengono proposti, imparano a riconoscere nuovi sapori e osservano quali cibi vengono presentati come abituali.
Un alimento rifiutato a casa può essere assaggiato a scuola semplicemente perché lo stanno mangiando gli altri bambini. Al contrario, spiegare durante una lezione l’importanza di frutta e verdura perde parte della propria efficacia se poi l’ambiente nel quale il bambino trascorre la giornata gli propone continuamente alternative molto diverse.
È da questa osservazione apparentemente semplice che nasce il nuovo approccio dell’OMS.
LE NUOVE LINEE GUIDA OMS: NON SI PARLA SOLTANTO DI MENSA
Il 27 gennaio 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato “Policies and interventions to create healthy school food environments”, una nuova linea guida globale dedicata alle politiche e agli interventi necessari per creare ambienti alimentari scolastici più sani.
Un punto è importante: non si tratta di un nuovo menu mondiale per le mense.
L’OMS non stabilisce quante volte alla settimana un bambino italiano debba mangiare pasta, carne o legumi e non propone una dieta identica per tutti i Paesi.
Il concetto è molto più ampio.
L’Organizzazione parla infatti di school food environment, l’intero ambiente alimentare scolastico: comprende ciò che viene fornito direttamente dalla scuola, gli alimenti e le bevande serviti o venduti e il contesto nel quale i bambini compiono le proprie scelte alimentari.
L’obiettivo è aumentare disponibilità e consumo degli alimenti che contribuiscono a una dieta sana e diminuire presenza e consumo di quelli che non lo fanno.
TRE STRADE PER CAMBIARE L’AMBIENTE ALIMENTARE SCOLASTICO
Le indicazioni dell’OMS si concentrano su tre grandi aree.
La prima riguarda direttamente cibi e bevande forniti a scuola. Se un’istituzione pubblica offre alimenti ai bambini, ciò che propone dovrebbe contribuire a una dieta sana e adeguata.
La seconda riguarda l’introduzione di standard e regole nutrizionali per gli alimenti e le bevande serviti o venduti negli ambienti scolastici. Non basta quindi affidarsi alla buona volontà dei singoli: servono criteri definiti e la capacità di verificarne l’applicazione.
La terza introduce un concetto forse meno conosciuto ma particolarmente interessante: il nudging.
Letteralmente significa “spinta gentile”. In nutrizione significa organizzare l’ambiente in modo che scegliere meglio diventi più semplice e naturale.
Non si tratta di obbligare un bambino a mangiare un determinato alimento. Si può intervenire sulla sua disponibilità, sulla posizione, sulla presentazione o sul modo in cui viene proposto.
È un cambio di prospettiva importante: non chiedersi soltanto “che cosa dobbiamo insegnare ai bambini?”, ma anche “quale ambiente stiamo costruendo intorno a loro?”.
ATTENZIONE PERÒ: L’OMS NON HA “VIETATO GLI ULTRAPROCESSATI”
Sui social le nuove linee guida sono state talvolta raccontate in maniera più drastica: via gli alimenti ultraprocessati, più proteine vegetali, meno carne, nuove regole obbligatorie per tutte le mense.
La realtà è più articolata.
L’OMS raccomanda di aumentare la disponibilità e il consumo degli alimenti che contribuiscono a una dieta sana e di ridurre quelli che non vi contribuiscono, prestando particolare attenzione agli alimenti ricchi di grassi saturi e trans, zuccheri liberi e sale.
Questo non equivale a un divieto mondiale di tutti gli alimenti ultraprocessati e le linee guida non impongono un unico modello di menu scolastico valido in qualsiasi Paese.
La distinzione è importante, soprattutto quando si parla di nutrizione: semplificare aiuta a comunicare, ma semplificare troppo rischia di trasformare una raccomandazione scientifica in uno slogan.
L’ITALIA PARTE DAVVERO DA SETTEMBRE?
Qui arriviamo alla novità che riguarda direttamente il prossimo anno scolastico.
Il 28 maggio 2026 il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste ha annunciato il nuovo bando del programma “Frutta e Verdura nelle Scuole” per il 2026/27, con una dotazione superiore a 14 milioni di euro.
Il programma, rivolto agli alunni delle scuole primarie, punta a favorire il consumo di frutta e verdura e ad accompagnarlo con un percorso di educazione alimentare.
La vera novità del 2026/27 riguarda i tempi.
Il bando è stato pubblicato prima rispetto agli anni precedenti proprio per consentire al programma di partire già con l’avvio delle lezioni a settembre e proseguire durante l’intero anno scolastico.
L’iniziativa prevede la distribuzione gratuita dei prodotti e misure educative di accompagnamento. Una particolare attenzione viene dedicata anche alla qualità e alla provenienza, con criteri riguardanti prodotti biologici, DOP, IGP e territoriali.
È certamente un segnale positivo. Ma è importante distinguere tra un programma specifico e una riforma complessiva delle mense: non significa che da settembre tutti i menu delle scuole italiane cambieranno improvvisamente.
IL PARADOSSO ITALIANO: TANTA EDUCAZIONE ALIMENTARE, MENO PRATICA
Un altro dato di OKkio alla SALUTE aiuta a capire dove si trova oggi il problema.
Tra le scuole coinvolte nella rilevazione, il 76% dispone di una mensa e ben l’84% prevede attività di educazione nutrizionale curricolare.
La cultura dell’educazione alimentare, almeno sulla carta, è quindi già molto presente.
Ma quando si passa dalla teoria all’ambiente concreto, i numeri cambiano: soltanto il 48% delle scuole prevede la distribuzione di alimenti sani e appena il 27% coinvolge i genitori nelle iniziative dedicate alle sane abitudini a tavola.
È forse proprio questo il passaggio sul quale vale la pena soffermarsi.
Possiamo spiegare a un bambino la piramide alimentare, parlargli delle verdure, raccontargli l’importanza dei legumi. Ma quanto rimane di quella lezione se l’esperienza quotidiana non accompagna le parole?
UNA MELA SUL BANCO NON BASTA
Portare frutta e verdura nelle scuole è importante. Ma l’educazione alimentare non può ridursi alla distribuzione occasionale di un alimento sano.
Un bambino deve avere la possibilità di conoscere, assaggiare, sperimentare e familiarizzare con il cibo.
Deve poter scoprire che i legumi non sono soltanto “quella cosa che non mi piace”, che una verdura può avere consistenze e preparazioni diverse, che una merenda può essere piacevole anche senza essere sempre molto dolce.
E soprattutto non dovrebbe vivere l’alimentazione come una lunga serie di divieti.
Costruire un rapporto equilibrato con il cibo significa anche imparare varietà, frequenze, porzioni e contesto. Significa educare progressivamente alla scelta.
Ed è proprio per questo che l’approccio dell’OMS è interessante: sposta una parte della responsabilità dal singolo bambino all’ambiente che gli adulti costruiscono intorno a lui.
SCUOLA E FAMIGLIA NON POSSONO VIAGGIARE SU BINARI SEPARATI
C’è poi un altro attore che non può essere escluso: la famiglia.
Il dato secondo cui soltanto il 27% delle scuole coinvolge i genitori nelle iniziative sulle sane abitudini alimentari merita attenzione.
Perché il bambino che a scuola scopre un nuovo alimento torna poi a casa. È lì che si fa la spesa, si organizza la cena, si prepara la merenda per il giorno successivo.
La scuola può quindi avere un effetto che supera i suoi cancelli.
Può fornire ai bambini strumenti che arrivano indirettamente anche agli adulti, ma il percorso funziona ancora meglio quando insegnanti, professionisti della nutrizione e famiglie condividono almeno alcuni messaggi fondamentali.
Non serve trasformare ogni genitore in un nutrizionista. Serve evitare che il bambino riceva messaggi completamente contraddittori nei diversi ambienti della propria giornata.
EDUCAZIONE ALIMENTARE SIGNIFICA ANCHE RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE
C’è infine un aspetto meno evidente, ma centrale nelle indicazioni internazionali: non tutti i bambini partono dalle stesse condizioni.
Disponibilità economica, cultura alimentare familiare, tempo a disposizione per cucinare e accessibilità degli alimenti possono incidere sulle abitudini.
La scuola ha una caratteristica unica: raggiunge bambini provenienti da contesti sociali e familiari molto diversi.
Offrire un ambiente alimentare di qualità significa quindi non soltanto fare prevenzione, ma contribuire a ridurre le disuguaglianze di salute.
Un bambino non dovrebbe avere accesso a un’alimentazione equilibrata soltanto se nasce in una famiglia che possiede già conoscenze, tempo e risorse per garantirgliela.
Ed è anche per questo che l’OMS considera la scuola un luogo strategico di salute pubblica.
DALLE LINEE QUIDA ALLA REALTÀ: LA SFIDA COMINCIA A SETTEMBRE
Il 2026 sembra aver messo insieme diversi tasselli.
Abbiamo nuove linee guida globali dell’OMS che chiedono di guardare non soltanto all’educazione alimentare, ma all’intero ambiente scolastico.
Abbiamo un programma italiano dedicato a frutta e verdura che, grazie a oltre 14 milioni di euro, punta quest’anno a partire fin dall’inizio delle lezioni.
E abbiamo dati nazionali che continuano a dirci che una parte importante dei nostri bambini mangia poca frutta, poca verdura e pochi legumi, mentre sovrappeso e obesità infantile rimangono un problema rilevante di salute pubblica.
Quindi sarà davvero la volta buona? Per saperlo bisognerà vedere quanto delle raccomandazioni riuscirà a trasformarsi in pratica quotidiana.
Ma forse la domanda più interessante è un’altra: vogliamo continuare a considerare l’educazione alimentare qualcosa che si impara esclusivamente a casa?
La famiglia rimane fondamentale. Ma se i bambini trascorrono buona parte della giornata a scuola, mangiano insieme, osservano gli altri e costruiscono proprio in quegli anni molte delle abitudini che porteranno con sé da adulti, anche imparare a mangiare può diventare parte dell’educazione.
Non attraverso divieti e liste di cibi proibiti, ma attraverso conoscenza, esperienza e possibilità di scelta.
È proprio da questa consapevolezza che nasce il progetto di educazione alimentare che sto iniziando a portare nelle scuole e del quale vi parlerò più approfonditamente nei prossimi mesi.
Perché cambiare un menu è importante. Aiutare un bambino a costruire un rapporto consapevole con il cibo può esserlo ancora di più.
FAQ – Alimentazione dei bambini a scuola
Cosa prevedono le nuove linee guida OMS sull’alimentazione a scuola?
Le linee guida OMS 2026 invitano a creare ambienti alimentari scolastici più sani. Raccomandano standard nutrizionali per cibi e bevande offerti o venduti a scuola e interventi che rendano più semplice scegliere alimenti salutari.
Le nuove linee guida OMS cambieranno i menu delle mense scolastiche italiane?
Non automaticamente. Le indicazioni dell’OMS sono rivolte ai governi e alle istituzioni e devono essere tradotte in politiche e standard nazionali o locali. Non stabiliscono un menu unico valido per tutte le scuole.
L’OMS ha vietato i cibi ultraprocessati nelle scuole?
No. Le linee guida non introducono un divieto mondiale di tutti gli alimenti ultraprocessati. L’OMS raccomanda di favorire alimenti che contribuiscono a una dieta sana e di limitare quelli ricchi di zuccheri liberi, sale, grassi saturi e grassi trans.
Cosa cambierà nell’alimentazione scolastica nel 2026/27?
In Italia una delle novità è il programma “Frutta e Verdura nelle Scuole” 2026/27, finanziato con oltre 14 milioni di euro e programmato per poter partire già dall’inizio dell’anno scolastico. Non significa però che da settembre cambieranno automaticamente tutte le mense italiane.
Cos’è il programma “Frutta e Verdura nelle Scuole”?
È un programma rivolto agli alunni delle scuole primarie che prevede la distribuzione gratuita di frutta e verdura e attività di educazione alimentare. L’obiettivo è avvicinare i bambini a questi alimenti e favorire abitudini più sane.
Come mangiano i bambini italiani?
Secondo OKkio alla SALUTE 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità, il 19% dei bambini di terza primaria è in sovrappeso e il 9,8% presenta obesità. Il 25,9% non consuma quotidianamente frutta e/o verdura e il 37% mangia legumi meno di una volta alla settimana.
Perché è importante l’educazione alimentare a scuola?
Perché durante l’infanzia si costruiscono molte delle abitudini che possono proseguire nell’età adulta. La scuola permette non soltanto di parlare di corretta alimentazione, ma anche di far sperimentare ai bambini cibi, sapori e comportamenti alimentari in un contesto condiviso.
Cosa significa “nudging” nell’alimentazione scolastica?
Il nudging, o “spinta gentile”, consiste nell’organizzare l’ambiente in modo da facilitare le scelte più salutari, per esempio attraverso disponibilità, posizione e presentazione degli alimenti. È uno degli interventi considerati nelle nuove linee guida OMS.
Cosa possono fare i genitori per migliorare l’alimentazione dei bambini a scuola?
Scuola e famiglia dovrebbero trasmettere messaggi coerenti. I genitori possono curare colazione e merende, proporre un’alimentazione varia a casa, evitare di classificare rigidamente gli alimenti come “buoni” o “cattivi” e coinvolgere i bambini nella scelta e nella scoperta del cibo.